Moria delle api: intervista a Raffele Cirone
Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra all’uomo, non resterebbero che 4 anni di vita.”Questa è la profezia attribuita ad Einstein, che è stata rispolverata in occasione della drammatica diminuzione di alveari che da qualche tempo ha colpito l’intero globo.
L’affermazione del Premio Nobel per la Fisica può spiegarsi col fatto che l’impollinazione dipende per l’80% dal lavoro delle api.La profezia apocalittica di Einstein può ancora attendere: in Italia, questa annata potrebbe piacevolmente sorprenderci. Facciamo il punto della situazione con il Presidente della Federazione Apicoltori Italiani, dott. Cirone Raffaele.
Qual è la situazione degli alveari in Italia attualmente? Quali Regioni attualmente hanno subito i maggiori danni?
Dopo i continui segnali d’allarme della passata stagione apistica, quasi sempre accompagnati da spopolamenti e perdite di alveari, possiamo dire che la primavera 2009 si annuncia come ottima. I più anziani di noi dicono che non si vedevano tali e tante fioriture da almeno una decina d’anni. Se “il buongiorno si vede dal mattino”, possiamo dirci fiduciosi per una fase di recupero che restituisca slancio a tutto il comparto e, in particolare ai giovani che vogliano avvicinarsi nuovamente all’allevamento delle api. Circa le perdite subite, a carico del nostro patrimonio apistico, queste sono piuttosto uniformi su tutto il territorio nazionale e calcolabili in una media del – 50% di alveari. E’ vero anche, tuttavia, che il nostro è un comparto zootecnico dove “i capi” vengono ricostituiti da una stagione all’altra. E’ per questo che come FAI – Federazione Apicoltori Italiani abbiamo più volte richiamato l’attenzione degli organi competenti sul rischio di importazioni di api non certificate da Paesi stranieri: un fenomeno di proporzioni tali da introdurre – com’è già successo – nuove patologie delle api e ibridi che stanno gravemente compromettendo la salute e la purezza genetica dell’ape italiana. Fermo restando questi due dati: Da una parte lo Stato della California ha di recente dovuto ripensare ad autorizzare centinaia di prodotti a base di neonicotinoidi (un tipo di insetticida). In Italia dal 17 settembre 2008 vige la sospensione dell’utilizzo di alcuni fitosanitari per l‘agricoltura. Dall’altra una recente scoperta del Centro Apistico Regionale di Marchamalo parrebbe “scagionare”, perlomeno in parte, fitofarmaci e pesticidi quali probabili responsabili della SSA sindrome da spopolamento d’alveari.Tale scoperta, infatti, ha individuato in un organismo originario dell’Asia, la Nosema ceranae, il probabile” killer” delle api.
Si può ipotizzare una causa molteplice o concorrente, visto il trend positivo di ritorno delle api senza l’utilizzo di neonicotinoidi?
Il Nosema ceranae è un “regalo” che ci siamo fatti importando api non certificate sotto il profilo sanitario, specie da Paesi quali Cina, Australia, Stati Uniti d’America. I ricercatori spagnoli sono convinti che sia questa la causa principale della SSA e le loro evidenze scientifiche confermerebbero questo quadro negli allevamenti iberici. Da noi la situazione non è particolarmente diversa: questo agente patogeno delle api agisce in modo subdolo, gli apicoltori non hanno sufficienti capacità diagnostiche e conoscenze sulle pratiche di prevenzione e controllo, il quadro clinico è esattamente quello dell’improvviso spopolamento degli alveari senza altre ragioni apparenti. Si tratta dunque, con certezza, di una causa che concorre – talvolta in modo prevalente – alle perdite che gli apicoltori hanno segnalato e ancora segnalano in quelle zone dove non c’è traccia di conduzione agricola e/o di impiego di neonicotinoidi. La sospensione di questi prodotti, tuttavia, è un elemento di garanzia per la sopravvivenza delle api e dell’entomofauna utile. Specie in quelle zone (le pianure coltivate che vanno dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia) in cui abbiamo spesso assistito a gravi fenomeni di morìa dovuti ad un utilizzo non professionale o scriteriato di tali prodotti.
Il divieto di utilizzo di tali sostanze chimiche impiegate in agricoltura è vigente fino al 20 settembre 2009. Sarebbe utile prorogare il termine di divieto a data da destinarsi, anche a livello nazionale, , come ha fatto la Provincia di Bolzano?
La provincia autonoma di Bolzano – dove opera la nostra più grande Associazione (circa 3000 allevatori di api aderenti alla FAI) è un luogo dove apicoltori, agricoltori e istituzioni, da sempre collaborano costruttivamente e nel reciproco rispetto. Il provvedimento adottato di recente rappresenta un’estensione territoriale, anzi altimetrica, del già vigente divieto di trattamento con fitofarmaci durante il periodo della fioritura dei fruttiferi. Amo ricordare che ogni Regione, in Italia, ha una legge apistica che risale ad almeno una ventina di anni orsono e che prevede un articolo analogo - il divieto di trattamento delle colture - attivo durante tutto il periodo della fioritura. Gli strumenti legislativi, dunque, esistono già e a livello nazionale sono stati coordinati in una norma – l’articolo 4 della legge 313/2004 per la Disciplina dell’apicoltura – che parla chiaramente di corretto uso dei fitofarmaci in agricoltura. Spetta alle Regioni recepirlo, applicarlo e farlo rispettare. In ogni caso, la FAI – Federazione Apicoltori Italiani auspica una prosecuzione temporale del provvedimento nazionale sospensivo dei neonicotinoidi.
Nel dicembre 2008 Lei ha presentato al Governo il Rapporto Fillon. Tale rapporto compilato dal Primo Ministro francese Francois Fillon è da considerarsi un piano d’azione in 8 punti per affrontare l’emergenza spopolamento alveari. Tra le indicazioni principali, il coordinamento fra gli interlocutori del settore: istituzioni, associazioni di categoria e operatori professionali. Quali punti sono stati attuati o quali sarebbero più urgenti da attuare?
L’Italia, purtroppo, è un Paese dove il coordinamento nazionale delle più disparate categorie – non solo, dunque, quella degli apicoltori – è un modus operandi che non si è ancora affermato compiutamente. Il rapporto Fillon è l’esemplificazione di quanto dovremmo fare anche noi dinanzi ad un’emergenza così grave quale la scomparsa delle api: Condividere le esperienze, trasferire le conoscenze, agire in forma coordinata al fine di rendere efficienti, e non solo efficaci, gli interventi e le spese necessarie a realizzarli. Duole dirlo, ma di quel rapporto non si è tenuto ancora conto: è di questi giorni la notizia che anche il nostro Ministero dell’Ambiente, al pari di quello dell’Agricoltura, sta trasferendo consistenti risorse ad un programma di monitoraggio ambientale di cui gli apicoltori e le loro Organizzazioni di rappresentanza non sono neanche informati. E’ prevedibile, dunque, che i vantaggi vadano solo ai soggetti beneficiari di questo progetto e non certo al nostro comparto. Se dovessi, dunque, individuare una priorità mi concentrerei su un programma unico – interministeriale e condiviso con le Regioni – per rendere periodicamente pubbliche le tipologie di spesa, gli interventi programmati, i risultati attesi e quelli realmente ottenuti. Un’unità di crisi che la FAI – Federazione Apicoltori Italiani va chiedendo ormai da almeno due anni e al cui funzionamento concorrano tutti i portatori d’interesse del mondo apistico.
Mentre a livello nazionale ci sono già stati i primi stanziamenti in sostegno del settore, a livello regionale ci sono i primi interventi legislativi, ad esempio l’intervento della Regione Toscana a sostegno del settore. Altre Regioni stanno pensando a degli interventi a favore degli apicoltori?
Ogni Regione d’Italia ha una sua specifica legge per la tutela e la salvaguardia delle api. Leggi spesso non finanziate o che, per i più disparati cavilli, finiscono per escludere proprio gli apicoltori dai programmi ammessi a contributo. La Toscana dunque, come il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, sono tra quelle Regioni che investono di più a favore del nostro comparto. Molte delle altre “sonnecchiano” o fanno di tutto per privilegiare solo alcune categorie professionali degli apicoltori (quei pochi che operano in una dimensione imprenditoriale ed economica) e non tutti indistintamente coloro che allevano le api per autoconsumo o per interessi di carattere ecologico piuttosto che reddituale. E’ questo il più grossolano paradosso del momento.
Nel mese di marzo il Ministero per le politiche agricole alimentari e forestali ha inaugurato il sito del progetto Apenet con una dotazione finanziaria di circa 3 milioni di euro. Lo scopo dell’iniziativa, riporta il sito del Ministero, è di “stabilire un contatto diretto tra il Ministero e tutti coloro (apicoltori, agricoltori, portatori di interesse e cittadini) abbiano delle idee e dei suggerimenti riguardo al fenomeno della moria delle api ed alla sua soluzione”. Dando un’occhiata al forum di Apenet(http: //www.reterurale.it/api), ho notato che a prima vista parrebbe ancora poco frequentato. E’ uno strumento utile per gli apicoltori? Potrebbe esser migliorato e quali migliorie si potrebbero apportare per renderlo più produttivo?
Internet è uno straordinario mezzo, spesso anche ben utilizzato dagli apicoltori. Il nostro portale istituzionale www.federapi.biz, ad esempio, registra un continuo processo di incremento degli accessi. Si è strutturata, al suo interno, una vera e propria “comunità degli apicoltori” che spesso fa dell’attualità tecnico-scientifica il primo e vero impiego professionale di questo strumento. Il portale attivato nell’ambito del progetto Apenet è certo propedeutico allo sviluppo di un processo analogo che nel tempo potrebbe affermarsi come virtuoso e concreto luogo di scambio tra apicoltori, agricoltori e istituzioni. Forse c’è solo bisogno di una maggiore promozione che stimoli il pubblico ad una più attiva partecipazione. Gli apicoltori, tuttavia, sono persone molto concrete: il dibattito fine a se stesso non piace. Meglio sarebbe giungere al più presto ad una periodica diffusione di bollettini periodici, contenenti le Buone Pratiche Apistiche da adottare nel quadro di una congiuntura così critica. Ecco, questo sì che sarebbe un bel modo di agire nell’interesse di una categoria che ha impiegato 20 anni per vedersi riconosciuta, legislativamente, come tale, vista la sua particolare natura “iper-specializzata”.
Infine, Le chiedo quale intervento sia auspicabile o più necessario per il Vostro settore?
Nei punti precedenti sono andati emergendo, credo anche con la dovuta schiettezza, gli orientamenti strategici della FAI – Federazione Apicoltori Italiani. Ritengo comunque doveroso ricordare che ancora oggi, a distanza di ormai cinque anni dalla sua entrata in vigore, la legge n. 313/2004 per la Disciplina dell’Apicoltura sia priva di un recepimento da parte di tutte le Regioni italiane. Occorre dunque, con urgenza, che questa norma trovi compiuta e uniforme applicazione su tutto il territorio nazionale e veda rispettato quel principio generale che all’articolo 1, inequivocabilmente, ci dice in che direzione occorre andare per una politica di tutela e salvaguardia delle api. Potrà apparire ridondante ma, visto che si tratta di una sorta di “carta costituzionale delle api”, ne ricorderei volentieri la parte fondante: “La presente legge riconosce l’apicoltura come attività d’interesse nazionale utile per la conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e dell’agricoltura in generale ed è finalizzata a garantire l’impollinazione naturale e la biodiversità di specie apistiche, con particolare riferimento alla salvaguardia della razza di ape italiana e delle popolazioni di api autoctone tipiche o delle zone di confine”. Non c’è bisogno di dire altro: ora occorre agire in questa direzione!
Ringraziando il Presidente della Federazione , ricordiamo sempre di controllare la provenienza esclusivamente italiana del miele dall’etichetta . Persino i Grandi della Terra hanno assaggiato il nostro miele: in occasione del G8 dell’Agricoltura tenutosi lo scorso aprile 2009, sono stati omaggiati dal Ministro Luca Zaia con un vasetto di miele di propria produzione.
di Elena Pravato su http://www.ghigliottina.it/ambiente/090525pravato.htm
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