Pregi e difetti del tetto piano. I rimedi¹
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Premessa
La quantità di calore che le api producono, all’interno dell’alveare, attraverso il loro metabolismo, fornita dai processi d’ossidazione degli alimenti ingeriti, si disperde per convenzione e per irraggiamento, attraverso il fondo, il coprifavo e le pareti dell’alveare.
Questa dispersione di calore, non dipende solo dalla variazione del gradiente termico tra l’interno e l’esterno, ma anche da altri parametri che sono: la velocità dell’aria interna carica di umidità; e dall’umidità delle pareti che si verifica quando ci troviamo in presenza di alveari che sono costantemente bagnati dalla pioggia.
Questo comporta, che le condizioni termoigrometriche interne all’alveare, non sono soddisfatte anche perché molte volte ci troviamo alla presenza di una famiglia debole che non riesce a riscaldare il nido.
Accade che sull’intradosso del coprifavo, si riscontrano fastidiosi fenomeni di condensa, che causa muffa, umidità e gocciolamenti all’interno degli alveari, agevolata anche dalla ridotta altezza della cornice di alcuni coprifavi, o dalla sua totale assenza. Questo fenomeno diventa più accentuabile, nelle coperture non igroscopiche, quale ad esempio quelle completamente metalliche, che provoca con l’abbassarsi della temperatura, un aumento dell’umidità relativa e quindi la formazione della condensa (cfr. abaco allegato).
L’abaco permette il rapido calcolo dei punti di rugiada, per i diversi valori della temperatura e dell’umidità relativa. Tracciando una linea retta, che passa per la temperatura dell’aria data e per l’umidità relativa, nota, si può leggere la temperatura di condensazione in corrispondenza del punto in cui la retta attraversa la scala dei punti di rugiada.
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Le api che si trovano in alveari umidi, per mantenere costante la quantità di calore e l’umidità relativa interna all’alveare, devono aumentare la temperatura interna all’alveare attraverso il calore prodotto dal loro lavoro muscolare, sprecando una notevole dose di energia. A differenza di una famiglia d’api che, quando si trova in un ambiente asciutto, mantiene senza problemi la temperatura e l’umidità interna costante, anche con temperature esterne variabili, senza sprecare molte energie.
L’alveare con il tetto tradizionale a chalet, oltre a soddisfare l’esigenza estetica, mantiene attraverso le sue falde sporgenti rispetto al perimetro dell’alveare le pareti sempre asciutte, riducendo o eliminando la condensa sull’intradosso del coprifavo, che si crea nel periodo invernale o alla ripresa primaverile. Poi, i due fori diametralmente opposti nel tetto a falda consentono un’ottima ventilazione riducendo la trasmissione di calore verso l’alveare sottostante e inoltre consentono di far uscire le api da sotto il tetto, quando si appoggia sul coprifavo.
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| foto 2 arnia riparata veduta esterna |
foto 3 arnia riparata veduta interna |
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| foto 4 Protezione passiva degli alveari |
Questo implica, che il tetto piano non essendo più orizzontale, tutta l’acqua di scolo del tetto si riversa, nelle arnie in assenza di portichetto, sul predellino di volo e gli eventuali schizzi d’acqua penetrano anche all’interno dell’alveare, favorendo il rapido degrado del predellino di volo e di conseguenza di tutto il fondo. A seguito di questa inclinazione si verifica che la parete posteriore dell’alveare si troverà maggiormente scoperta dalle acque di pioggia e quindi si bagnerà quasi per intera, favorendo l’abbassamento della temperatura interna e la trasmissione di umidità verso l’interno dell’alveare.
L’uso del tetto piano è nettamente sconsigliabile anche nelle zone nevose, per le arnie che sono sprovviste di portichetto, perché favorisce l’ostruzione della porticina di volo dopo abbondanti nevicate. Dopo queste osservazioni e precisazioni Si spera che gli apicoltori partecipino attivamente a queste modifiche e trasmettono all’industria apistica attraverso la domanda e l’offerta, le informazioni sulle modifiche e le caratteristiche tipologiche e prestazionali che vogliamo dai materiali apistici. A sua volta l’industria apistica deve abbandonare l’idea di agire da sola senza un’esperienza collaudata alle spalle, ma di avere fiducia nello scambio d’informazione, perchè le modifiche consigliate, sui coprifavi e sulle arnie torneranno tutte a beneficio delle api e degli apicoltori.
Diamo alle api, del terzo millennio, arnie più salubri.
¹ Articolo pubblicato sulla rivista ApitaliA ( n. 1, gennaio 2010, pag. 12-13-14-15)
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